domenica 28 dicembre 2014

Chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi

 

Sulle origini della Chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi esistono due correnti di pensiero.

- Alcuni studiosi ritengono che l'edificio di culto sia stato realizzato (o quantomeno impiantato) nel 1071, al tempo dell'assedio della Palermo araba - capitolata il 1° gennaio 1072 -  ad opera dell'esercito normanno guidato dal Duca di Puglia, Calabria e Sicilia, Roberto il Guiscardo (l'astuto) e da Ruggiero d'Altavilla; quest'ultimo divenuto in seguito Gran Conte di Sicilia.
La costruzione, quindi, sarebbe coeva della Chiesetta di Santa Cristina la Vetere e di circa un decennio antecedente alla Chiesa di Santo Spirito ed alla Cattedrale.

- Altri esperti, invece, ne collocano la realizzazione sotto Ruggero II d'Altavilla (*1095 +1154), quindi nel periodo che vide sorgere altre meraviglie normanne quali: San Giovanni degli Eremiti; Santa Maria dell'Ammiraglio (Martorana) e la dirimpettaia Cappella di San Cataldo.

La struttura a pianta basilicale - sita in Via Salvatore Cappello n. 38, nei pressi del Ponte dell'Ammiraglio (XII Sec.) - prende il nome in parte da San Giovanni Battista, cui venne dedicata dai due nobili fratelli normanni, e in parte dall'attiguo Ospedale degli Infetti (1071 ca.) che fu lebbrosario sotto Guglielmo il Malo. 

Il nosocomio, nel 1221, fu concesso dallo Stupor Mundi, Federico II (unitamente alla chiesa) all'Ordine dei Cavalieri Teutonici della Magione; nel 1419 divenne anche ricovero per malati di mente e, nel 1575/76 lazzaretto per appestati.  Acquisito dal Senato palermitano, nel 1419 - regnante Alfonso V d'Aragona, detto il Magnanimo -,  entrò nella disponibilità dell'Ospedale Grande e Nuovo di Palazzo Sclafani, mentre la chiesa continuò a fruire dell'amministrazione dagli alti prelati della Magione, per passare, sul finire del '700, al Senato.

Oggi l'edificio - aperto al culto - fa parte del patrimonio monumentale della Regione Siciliana.




 Prospetto laterale con la teoria di finestrelle
 chiuse da inferriate a traforo.



 
Possenti pilastri ripartiscono l'aula in navate che confluiscono nelle tre absidi.




 Presbiterio sopraelevato rispetto all'aula.
L'abside maggiore è decorata con colonnine
di cui una, sulla destra, presenta il capitello
 con incisioni a caratteri  cufici.



Il Sacrarium - nello stile bizantino - munito di cupoletta che, unitamente ai quattro archi ogivali di sostegno, conferisce slancio in elevazione alla struttura. La semisfera in conci di pietra arenaria, perfettanente assemblati, - esternamente intonacata di rosso - poggia su tamburo nel quale si alternano finestrelle a doppia ghiera e nicchie angolari con rientranza scalare.




 L'altare novecentesco presenta la  Gammàdia con quattro figure
(Angelo; Aquila; Toro; Leone), simboli degli evangelisti,
 disposte negli angoli della croce.




 Pendente al centro del presbiterio un magnifico
 Crocifisso dipinto della metà '400.














  L'abside di destra accoglie questa Vergine con Cristo morto.




Particolare della navata sinistra.

Nella foto di zio-silen è visibile la controfacciata e le capriate
 del tetto ligneo ricostruito nei primi decenni del XX secolo.


 














  Richiami neonormanni per la statua lignea dell'Hecce Homo
 custodita nella teca posta all'inizio della  navata sinistra.



 
La torre campanaria, corredata di vermiglia cupoletta, fu realizzata durante i lavori di restauro e di ripristino delle linee originarie diretti, tra il 1925 ed il 1930, dall'Arch. Francesco Valenti. Opere nascenti dalla scelta illuminata di eliminare tutte le sovrapposizioni - interne ed esterne - di gusto tardo-rinascimentale, che avevano stravolto l'edificio nei secoli XVII e XVIII.




 Volta a crociera ed archi a sesto acuto abbelliscono
 il piccolo portico che immette nella chiesa.



 Giardino antistante l'ingresso della chiesa.
La villetta reca tracce dell'antico castello
saraceno Yahia sul quale sarebbe sorto il
tempio normanno.



 Fontana barocca che riporta inciso al centro del 
cordolo bombato l'anno di realizzazione: il 1737.



 Cupoletta realizzata in epoca arabo-normanna.
L'altra, a copertura del campanile, risale al
primo quarto del XX secolo.


Sul cortile antistante la chiesa (lato Corso dei Mille) si affacciano delle mura diroccate, visibili nella foto sopra,  presumibilmente riconducibili ad una delle strutture, rivisitate o aggiunte nei secoli, dell'antico Ospedale dei Lebbrosi. Nel 1802 la Regina Maria Carolina, moglie del Re di Sicilia Ferdinando III di Borbone, in visita al nosocomio, nauseata dallo stato di abbandono e promiscuità in cui versavano i ricoverati (malati di mente accanto a tubercolotici, sifilitici, scabbiosi, incurabili e contagiosi vari), si adoperò per dare dignitosa accoglienza agli stessi in strutture di adeguata sanità. I degenti  vennero trasferiti nel Convento di Santa Teresa ai Porrazzi (odierno Corso Pisani), presso l'ex Noviziato dei Padri Teresiani Scalzi; ma la Real Casa dei Matti solo nel 1827, grazie all'opera meritoria del Barone Pietro Pisani (eletto Direttore Amministrativo nel 1824) e degli stessi malati pschiatrici utilizzati, a scopo terapeutico, nei lavori di ampliamento, potè contare su locali e servizi pienamente rispondenti a principi di solidale umanità.
Alcune parti dell'ex Ospedale di San Giovanni, perduta l'originaria destinazione, vennero riadattate per ospitare, fino a metà '900, una conceria e successivamente dei magazzini.




 Foto e didascalie di zio-silen

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