giovedì 27 novembre 2014

Cappella e Cripta dei Lanza di Trabia in Santa Cita... la Baronessa di Carini tra realtà e leggenda


«Chianci Palermu, chianci Siracusa
a Carini c'è lu luttu in ogni casa.
Attorno a lu Casteddu di Carini,
ci passa e spassa nu beddu cavaleri.
Lu Vernagallu di sangu gintili
ca di la giuvintù l'onuri teni.
"Amuri chi mi teni a tu' cumanni,
unni mi porti, duci amuri, unni?

Vidu viniri 'na cavallaria.
Chistu è me patri chi veni pi mmia,
tuttu vistutu alla cavallarizza.
Chistu è me patri chi mi veni a 'mmazza.
Signuri patri, chi vinisti a fari?"
"Signora figghia, vi vegnu a 'mmazzari".

Lu primu corpu la donna cadiu,
l'appressu corpu la donna muriu.
Nu corpu a lu cori, nu corpu 'ntra li rini,
povira Barunissa di Carini».


L'autore della "Ballata di Carini" - se la memoria non mi inganna - avrebbe tratto ispirazione da una poesia orale, del XVI secolo, di anonimo; raccolta e pubblicata in un libro (1873) dall'esperto di tradizioni popolari Salvatore Salomone Marino. 
Il testo sopra riportato, musicato da Romolo Grano e cantato da Luigi Proietti, è ricordato dai telespettatori di una certa età quale sigla dello sceneggiato televisivo "L'amaro caso della baronessa di Carini", del 1975, con Ugo Pagliai, Paolo Stoppa, Adolfo Celi, Janet Agren; regia di Daniele D'anza.


La vita e la tragica fine della baronessa di Carini hanno affascinato intere generazioni di siciliani e non solo. La letteratura e sprattutto la televisione, con le fiction del 1975 (sopra citata) e del 2007, ci hanno raccontato di questo femminicidio ante litteram, attingendo talora dalle certezze documentali talora dalle suggestioni della leggenda. Ma chi fu questa donna ed in quale contesto familiare e sociale visse?
Laura Lanza di Trabia nacque nel 1529 da Cesare Lanza, Pretore di Palermo,  primo Barone di Trabia e dalla moglie Lucrezia Gaetani (+1546) figlia del barone di Sortino. Il 21 dicembre 1543 la nobile giovinetta (14 anni) fu concessa in sposa a Vincenzo La Grua Talamanca (1527-1592), cui diede sei figli. Questi fu Barone di Carini e vantò nobili ascendenze spagnole risalenti al tempo del matrimonio (1408) della sua antenata Ilaria La Grua con il catalano, già Pretore di Palermo, Gilberto Talamanca.
Laura, secondo la versione ufficiale, venne uccisa dal padre Cesare, il 4 dicembre 1563, in quanto colta  in carnale abbandono con Ludovico Vernagallo (parimenti assassinato) figlio di Don Alvaro, aristocratico palermitano di origini pisane e zio acquisito, nonchè socio in affari, di Vincenzo La Grua.
Cesare, si narra,  fu avvertito dell'incontro tra i due innamorati da un frate compiacente che frequentava il castello, forse per raccogliere le confessioni.
Una diversa versione, invece, vede nelle vesti dell'assassino il marito tradito, Vincenzo la Grua spalleggiato, per motivi d'onore, dal suocero, cui peraltro fu legato da interessi economici.
Il Vicerè dell'epoca, Don Juan de la Cerda, ritenendolo colpevole, bandì Cesare dalla Sicilia e confiscò i suoi beni.
Il Lanza, rifugiatosi a Roma, sostenuto da  amici altolocati ed influenti, perorò la legittimità della sua esecrabile azione in una memoria difensiva inviata a Filippo, re di Spagna, con cui rivendicò, in forza delle leggi vigenti nel regno, il suo diritto alla tutela dell'onore offeso dal flagrante adulterio della figlia:

«Sacra Catholica Real Maestà,

don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al castello di Carini a videre la Baronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente mosso da iuxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati.

Don Cesare Lanza conte di Mussomeli».

 Il Sovrano, convinto, in punta di diritto, delle buone ragioni del ricorrente, lo prosciolse da ogni accusa, restituendogli beni e privilegi.
Per dare un quadro più completo della vicenda, val la pena di ricordare che al marito tradito, invece, la norma attribuiva il diritto di uccidere impunemente il rivale ma non la moglie fedifraga.
Il Barone di Trabia, Conte di Mussomeli - recuperati onore e sostanze - convolò a nuove prolifiche nozze con la gentildonna spagnola Castellana Centelles, figlia del Conte di Faro. Passò a miglior vita nel 1593.
Anche il Barone Vincenzo si risposò, il 4 maggio 1565, con Ninfa Ruiz, figlia di Don Alfonso de Alorcòn, deceduta a pochi mesi dal matrimonio, e l'11 marzo 1566 con Donna Paola Sabia.
Il castello di Carini intanto - secondo vulgata - continua ad ospitare lo spirito vagante della povera Baronessa che non sa darsi pace. Su quelle mura, ancora oggi, è visibile l'impronta di una mano femminile.


 CAPPELLA LANZA


La Cappella e la Cripta Lanza di Trabia si trovano nell'ala sinistra del transetto della Chiesa di Santa Cita (San Mamiliano). La cappella, titolata al Crocifisso, sarebbe stata acquistata da Ottavio Lanza nel 1614 unitamente al diritto di scavare una cripta nel sottosuolo in cui, evidentemente, avrebbe traslato sarcofaghi e spoglie di alcuni suoi insigni antenati.
L'Ordine domenicano che dispose di quel luogo di culto, fruendo, tra l'altro, degli introiti derivanti dalla concessione a facoltose famiglie di spazi sepolcrali all'interno del Tempio, provvide, tra il 1583 ed il 1603, alla ricostruzione della chiesa, avvalendosi dell'opera progettuale dell'Architetto Giuseppe Giacalone.
La Chiesa di Santa Zita ("Cita" in dialetto toscano) è sede della Parrocchia di San Mamiliano.
Nelle foto di Leo Sinzi sono evidenti le rivisitazioni ottocentesche della Cappella, sulla cui parete di fondo si leva, imponente, l'edicola classica che accoglie il monumento funebre di Giuseppe e Pietro Lanza di Trabia realizzato, nel 1850, dallo scultore modenese Giuseppe Obici di Spilamberto (1807-1878).
Sul lato destro è il sarcofago, in marmo grigio, sorretto da leoni (palese rimando a quello dello Stupor Mundi conservato in Cattedrale), appartenente alla famiglia di Ottavio Lanza (1547-1617), primo Principe di Trabia (1601) e 2° Conte di Mussomeli (consorte Giovanna Orteca Gioeni).
Appresso, altro sarcofago in marmo rosato che - salvo possibili sviste nell'interpretazione delle lapidi funerarie - dovrebbe ospitare Donna Dorotea Valguarnera Lanza (+1628), figlia dei principi Ottavio e Giovanna Orteca.
A ridosso della parete di sinistra è il sarcofago di Ercole Branciforti, Duca di San Giovanni, coniugato con Agata Lanza Gioeni, figlia di Ottavio Lanza e di Giovanna Orteca; seguito da altro sepolcro in marmo bianco dai raffinati decori.






 




Madonna del Parto (Sec. XVIII)



 CRIPTA


I visitatori possono accedere alla Cripta dei Lanza solo da pochi anni. Nell'ultimo scorcio del XX secolo, infatti, vennero rimossi gli sfabbricidi ivi accatastati in ogni spazio: prodotto delle macerie dei bombardamenti dell'ultima guerra che colpirono e danneggiarono gravemente la chiesa di Santa Cita. La nicchia, al centro dell'edicola sovrastante l'altare, custodiva una pregevole "Pietà"(XV sec.) attribuita a Giorgio Brigno da Milano (+ 17 giugno 1503), allievo di Domenico Gagini.



 
La "Pietà" di Giorgio da Milano, oggi - in attesa di allocazione definitiva all'interno 
della Chiesa di Santa Cita - si può ammirare laddove la navata interseca il transetto.


Particolari della "Pietà"

Il vano ipogeo presenta un variopinto e multiforme addobbo decorativo su pareti e soffitti, in parte affrescati ed in parte rivestiti di marmi mischi; l'altare, in particolare, abbaglia per l'opulenza dei drappeggi marmorei - sorretti da angiolini - che pendono, plasticamente, ai lati; per l'eleganza delle colonnine tortili e per l'equilibrio del  paliotto, dalle architetture geometriche, rese con tarsie policrome artisticamente assemblate attorno alla Colomba-Spirito Santo.










La cripta presenta due vani: un ampio Sacrarium con altare, cui si perviene scendendo 19 gradini, ed il retrostante spazio cimiteriale. La volta - punteggiata dai sali dell'umidità - è affrescata con figure ottagonali che ricordano dei lacunari dal vago effetto tromp l'oeil.
Due archi ogivali abbelliscono gli accessi al piccolo locale con quattro sarcofaghi nei quali sono conservate: a sinistra, in basso, le spoglie Di Cesare Lanza (1508-1593) e, in alto, quelle di Castellana Centelles (1520-1574) sposata in seconde nozze; a destra sono le salme di Blasco Lanza - *1466 +1535 - (padre di Cesare) e (forse) di Laura Tornabene e Paternò, sua moglie. Alcuni studiosi (criminologi, grafologi,) etc. incaricati di sviscerare il mistero che grava sulla dipartita della Baronessa di Carini, dopo aver consultato l'archivio storico del duomo di Carini ed altri documenti scovati in terra di Spagna, hanno espresso il convincimento che il sarcofago - privo di lapide commmemorativa - recante sul coperchio una graziosa fanciulla addormentata, in realtà sia la tomba di Laura Lanza (*1529 +1563), Baronessa di Carini che, in precedenza, si credeva sepolta in una cripta sotto l'altare maggiore della Chiesa Madre carinese. Qualche dubbio, però, permane; solo un esame del DNA su quei resti potrebbe fornire certezze sulla effettiva identità della donna che riposa dietro quei due angiolini marmorei che reggono le insegne della Famiglia.









 





Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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2 commenti:

Elena ha detto...

Buongiorno, mi chiamo Elena Benfante e lavoro presso il servizio turismo del comune di Palermo. Sto lavorando al nuovo sito istituzionale dedicato al turismo e vorrei chiedere l'autorizzazione all'utilizzo di un paio di foto che vorrei inserire. Se mi da una mail a cui poterle scrivere privatamente le sarei grata per l'attenzione. Saluti

zio-silen ha detto...

Gentile Elena, come evidenziato in calce ad ogni mio post, "questo Blog, fermo restando quanto puntualizzato nelle "avvertenze", consente la copia di proprie foto e scritti per uso esclusivamente personale e "non commerciale", CON OBBLIGO DI CITAZIONE DELLA FONTE (www.palermodintorni.blogspot.it).
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Cordialmente

zio-silen