sabato 21 giugno 2014

Palazzo Abatellis










Laddove gli arabi, nel X secolo, realizzarono il loro primo insediamento fortificato (dimora dell'Emiro) che prese il nome di Al Kalisah (l' "eletta", oggi Kalsa), Francesco Patella (Abatellis) - Maestro Portolano del Regno (sorta di Primo Ispettore dei commerci portuali) e Pretore - volle un maestoso palazzo. Il progetto fu redatto dall'insigne Architetto Matteo Carnalivari di Noto, attivo a Palermo dal 1487 al 1493, mentre la costruzione venne affidata al capomastro Nicolò Grisafi. L'impronta stilistica fu gotico-catalana con incursioni nella nascente maniera rinascimentale.
Alla morte - senza eredi - dell'Abatellis l'edificio entrò nella disponibilità delle suore benedettine (era il primo quarto del XVI Sec.) che immediatamente realizzarono una cappella con cupoletta (nella foto in alto a sinistra è visibile il prospetto su via Alloro, intonacato di bianco, con monofora centrale nel secondo ordine). Il secolo successivo, previo adattamento strutturale alle esigenze della clausura, il convento passò alle domenicane (subentrate alle benedettine).




Le domenicane ingrandirono la loro casa con l'aggiunta di zone verdi e di nuovi locali realizzati a meridione del complesso monastico e lungo l'odierna via Alloro fino a inglobare la splendida chiesa barocca di Santa Maria della Pietà. Nella foto è visibile il Convento della Pietà con le grate bombate che sporgono dalle finestre dell'ultimo piano proprio su Via Alloro (già "via Lauro"): la strada, ricca di dimore nobiliari, deve il nome ad un albero di alloro che fino agli albori del '700 vegetò, rigoglioso, nella villetta di Palazzo Bellacera-San Gabriele, all'attuale civico 107).



Portale, dagli elaborati decori, sormontato da stemma degli Abatellis. Lateralmente, due lapidi raccontano, tra l'altro, del Patella che svolse funzioni di portolano durante il Regno di Ferdinando II il Cattolico (re di Sicilia dal 1468 al 1516), del suo diritto all'opulente dimora da dividere con la  moglie Eleonora Solera di natali spagnoli, e della costruzione del suo Palazzo, definita nel 1495.



Si narra che il Patella abbia preteso per il suo palazzo elementi architettonici che richiamassero una fortezza (vedi torri angolari), forse ispirato dal motto "MANYA Y FUERCZA" che campeggia - ben due volte - nei cartigli svolazzanti che affiancano le insegne padronali. Il tutto iscritto in tre distinte losanghe poste a coronamento del portale principale.



Il vasto andito d'ingresso  prima di condurre all'atrio offre all'ammirazione del visitatore alcune opere del XV e XVI secolo.


 




 
Le due torri angolari, simbolo non proprio positivo di alterigia e dominio, sono ingentilite dalle  trifore gotiche  con sottili colonnine che sorreggono delicati ricami a traforo. La torre di nord-ovest è arricchita, altresì, di merlatura ghibellina.




 
 Doccione aggettante su Via Alloro.



"Vaso di Malaga": manufatto in ceramica a lustro (reca caratteri cufici) di origine ispanica (Sec. XIV) proveniente dalla Chiesa del Paradiso di Mazara del Vallo.




Pozzo tardomedievale ai margini del chostro.





Un portale barocco dai minuti intarsi decorativi immette nel salone dei capitelli e cosente di raggiungere il rigoglioso giardino all'italiana.




Le bombe dell'ultima guerra produssero notevoli danni al Monastero: un tratto del porticato e del sovrastante loggiato, nonchè alcuni locali del primo piano, furono rasi al suolo. Il restauro fu affidato all'arch. Giorgio Vigni. Nei primi anni cinquanta venne stabilta la destinazione a polo museale ed i relativi allestimenti furono curati dall'Architetto Carlo Scarpa. Oggi Palazzo Abatellis ospita la Galleria Interdisciplinare Regionale della Sicilia ed offre ai fortunati visitatori innumerevoli capolavori tra i quali ricordiamo l'"Annunziata" (1476) di Antonello da Messina (1430-1479); il busto marmoreo di Eleonora d'Aragona (1489); le Madonne di Domenico (1420 ca. 1492) e Antonello Gagini (1478-1536); Crocifissi e polittici provenienti da chiese dismesse; il meraviglioso Trittico (1510) del fiammingo Mabuse (1478-1532) recante "Vergine con Bambino tra Santa Caterina e Santa Dorotea"; le tele a soggetto religioso del monrealese Pietro Novelli (1603-1647); i raffinati dipinti di Vincenzo degli Azani da Pavia (attivo a Palermo tra il 1519 ed il 1557); meraviglioso Crocifisso della Bottega di Giunta di Capitino detto il Pisano (prima metà XIII secolo); etc..








Sotto il portico: Bassorilievi quattrocenteschi con Padreterno benedicente e i Santi Pietro e Paolo.



Scala che conduce al loggiato.





Il cortile pavimentato con ciottoli e basole disposte in fasce a formare gradevoli motivi geometrici.




Le prime sale del piano nobile offono alla vista del visitatore questa pregevole "Madonna" di  Francesco Laurana (1430-1502) o, forse, di Domenico Gagini (1420 ca. 1492).


 Particolare dell'Annunziata (1476) di Antonello da Messina.


Una delle opere più famose della Galleria d'Arte dell'Abatellis è sicuramente il Busto marmoreo di Eleonora d'Aragona, realizzato nel 1489 da Francesco Laurana da Zara (1430-1502), a detta degli esperti, ispiratosi allo stile di Piero della Francesca e di Antonello da Messina. Si tratta di ritratto postumo in quanto realizzato dopo la morte della nobildonna avvenuta nel 1405. Committente fu Carlo de Luna, Signore di Sciacca. Il nobile Carlo, imparentato con Guglielmo Peralta, marito di Eleonora, volle rendere omaggio alla sua antenata che, deceduta nel castello di Giuliana, riposava nell'Abbazia di Santa Maria del Bosco di Calatamauro a Contessa Entellina.
La parentela dei Peralta con i Luna nacque in seguito al matrimonio di Margherita Peralta con Artale de Luna al quale portò in dote il Castello di Sciacca costruito nel 1380 da suo padre Guglielmo Peralta.
Eleonora d'Aragona (1346-1405) fu donna di potere energica e influente. Di famiglia regnante - il nonno era Federico III d'Aragona, Re di Sicilia - ottenne, alla morte del padre Giovanni di Randazzo, la disponibilità dei possedimenti di Adragna, Calatafimi, Caltanissetta, Contessa Entellina, Calatamauro, Comicchio, Giuliana e Sambuca. Il matrimonio con Guglielmo Peralta di Sciacca (detto "Guglielmone" per il cospicuo adipe), Conte di Caltabellotta e Vicario del Regno di Sicilia, le permise di aggiungere al suo piccolo impero Caltabellotta (AG), Borgetto (PA), Calatubo (TP), Castellammare del Golfo (TP). Morì a sessantanni.






Una curiosità: L'autore dei dissuasori in ceramica del Foro Italico (ormai vandalizzati) nella forma si è ispirato al profilo del viso di Eleonora di Aragona interpretato da Francesco Laurana.




Il cortile esibisce i preziosi intagli decorativi di monofore e trifore.




Doccione-drago del cortile interno.




Il "Trionfo della Morte" è l'unico dei quattro affreschi - a tema unico - salvatosi dai bombardamenti del '43 che colpirono  Palazzo Sclafani sotto i cui porticati fu dipinto. Ricoverato all'Abatellis, oggi è esposto all'interno dell'antica Cappella delle Domenicane.



L'opera è di autore ignoto, forse non italiano, in quanto - a detta degli esperti - dimostra di possedere buona padronanza dello stile tardogotico franco-catalano. Per il tema rappresentato nel dipinto, si tende ad escludere un committente aristocratico o un alto prelato e si pensa possa essere stato commissionato dal Rettore dell'Ospedale Grande dell'epoca. Nei personaggi colpiti dalle frecce della Morte-Peste (al centro), che cavalca uno scheletrico cavallo, si riconoscono papi, vescovi, monaci, regnanti, poeti, gran dame e cavalieri; a destra un gruppo di nobili con aria di superiorità sembrano non interessati a quanto accade allato e continuano nei loro svago preferito: la caccia, mentre ascoltano musica di liuto ed arpa ritenuta, al tempo, melodioso rimedio contro il morbo; a sinistra i cerusici con i loro attrezzi e la plebe costituita da straccioni, storpi e miserabili in genere che, in quanto tali, invocano la morte liberatrice dalle loro sofferenze, ma restano inascoltati.




Tavolo dai pregevoli intarsi policromi.




Prospetto orientale del fu Convento della Pietà. Oggi custodisce pitture e sculture collocabili tra il XVII e il XVIII Secolo. Tra gli autori dell'epoca, molto prolifici a Palermo e nell'Isola, ricordiamo: il fiammingo Guglielmo Borremans (1672-1724); il tardomanierista Filippo Paladini (1544 ca. - 1614); Vito D'anna (1718-1769) precursore del rococò in Sicilia; Francesco Manno (1752-1831); Olivio Sozzi (1690-1765); il grande stuccatore Giacomo Serpotta (1652-1732); etc.





Al centro del giardino settecentesco  è la Fontana barocca -  cinque conche distribuite su due livelli -  che, al tempo delle Dominicane si trovava nell'atrio colonnato.







In questo salone di piano terra sono esposti pregevoli capitelli gaginiani. Madonne degli Angeli alle pareti e accanto all'ingresso un San Michele Arcangelo.




 
















Portico e loggiato occidentali presentano arcate ribassate di tipico gusto gotico-catalano.




 I capitelli recano lo scudo col le insegne dell'Abatellis.



Stemma quattrocentesco con leone rampante.







Foto e didascalie di zio-silen

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