giovedì 14 marzo 2013

Oggi leggiamo "Er passero ferito" di Trilussa (?)


Martedì sera, zappingando per difendermi dagli invadenti politici (vecchi e nuovi) che imperversano in TV, sono incappato in Michele Placido che, nei panni di Trilussa, recitava magistralmente la poesia romanesca "Er passero ferito". Sulla cui  paternità però aleggia un po' di mistero, in quanto sarebbe da attribuire al poeta dialettale, nativo di Giuliano di Roma, Natale Polci che l'avrebbe scritta nel 1952 e pubblicata nel 1978. Le ultime tre strofe inoltre sarebbero state aggiunte da anonimo. In attesa di attendibili contributi sulla questione, faccio appello alla mia claudicante memoria per proporre (con beneficio d'inventario) alcuni di quei versi in vernacolo che differiscono in alcuni punti da quelli in lingua - qui esposti in neretto - recitati da Placido nella finction della Rai. 


Er passero ferito

Era d'Agosto. Un povero uccelletto,
ferito da la fionna d’un maschietto,
s’agnede a riposà co n’ala offesa,
su la finestra aperta d’una chiesa.

Da le tendine der confessionale,
un prete intese e vidde l’animale,
ma dato che lì fori
c’ereno nun so quanti peccatori,
richiuse le tendine espressamente
e se rimise a confessà la gente.

Ma mentre che la massa de persone
diceva l’orazione,
senza guardà pe’ gnente l’ucelletto,
n'omo lo prese e se lo mise in petto.

Allora ne la chiesa se sentì
un lungo cinguettìo: cì-cì, cì-cì…
 

Er prete, risentendo l’animale,
lasciò er confessionale
poi, nero nero peggio de la pece,
s’arampicò sur purpito e lì fece:

"Fratelli, chi ha l’ucello per favore
vada fora dar Tempio der Signore!".
 

Li maschi, tutti quanti in una vorta,
partirono p’annà verso la porta,
ma er prete, a quelo sbajo madornale:
"Fermi!", strillò, "che me so espresso male…

Tornate indietro e stateme a sentì:
qui, chi ha preso l’ucello deve uscì!".
 

A testa bassa e la corona in mano,
cento donne s’arzorno piano piano.
Ma mentre se n’annaveno de fora,
er prete ristrillò: "Ho sbajato ancora!".

Rientrate tutte quante fije amate,
ch’io nun volevo dì quer che pensate.
 

Io v’ho già detto e ve ritorno a dì,
che chi ha preso l’ucello deve uscì,
ma io lo dico a voce chiara e stesa,
a chi l’ucello l’abbia preso in chiesa!".


In quelo stesso istante,
le moniche s’arzorno tutte quante,
eppoi, cor viso pieno de rossore,
lasciarono la casa der Signore.


Er prete co’ la faccia imbambolata,
capì che aveva detto ‘na c....ta
e sentenziò: "Rientrate piano piano,
sorta chi adesso cià l’ucello in mano!".

Una ragazza che cor fidanzato,
stava co’ lui a sede sur sagrato,
disse impaurita, cor visetto smorto:
"Che te dicevo? Vedi! Se n’è accorto!".


Ma quello che nessuno ha mai capito
è perché pure er chirichetto
s'è arzato e se n’è ito.


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Il passero ferito

Era d'agosto e un povero uccelletto
ferito dalla fionda d'un maschietto
andò per riposare l'ala offesa
sulla finestra aperta d una chiesa.

Dalle tendine del confessionale
il parroco intravide l'animale
ma, pressato dal ministero urgente,
rimase intento a confessar la gente.

[...]

D'un tratto un cinguettio ruppe il silenzio
e il prete a quel rumore
il ruolo abbandonò di confessore
e scuro in viso peggio della pece
s'arrampicò sul pulpito e poi fece:
"Fratelli, chi ha l'uccello, per favore
s'allontani dal tempio del Signore".

I maschi, un po' stupiti a tal parole,
lesti s'accinsero ad alzar le suole,
ma il prete a quell'errore madornale,
"Fermi, gridò, mi sono espresso male!
Rientrate tutti e statemi a sentire:
solo chi ha preso l'uccello deve uscire!"

 A testa bassa, la corona in mano,
 cento donne s'alzarono piano piano.
 Ma mentre se n'andavano
 ecco che il parroco strillò:
 "Ho sbagliato ancora;
 rientrate tutte quante, figlie amate,
 che io non volevo dir quel che pensate!"

[...]

 Senza far rumore vi dico piano piano:
 "S'alzi soltanto chi ha l'uccello in mano".
 Una ragazza che col fidanzato
 s'era messa in un angolo appartato
 sommessa mormorò col viso smorto:
 "Hai visto? che ti dicevo, se n'è accorto!"






Postata da zio-silen
Foto di Fabiuss


2 commenti:

francesco del monte ha detto...

Questa poesia è di NATALE POLCI, POETA DI GIULIANO DI ROMA, NON DI TRILUSSA.

Leo Sinzi (zio-silen) ha detto...

Ringrazio il Sig. Del Monte per il suo cortese contributo.