lunedì 12 novembre 2012

Castellaccio di Monreale

Coloro che da Palermo, per la prima volta, rivolgono lo sguardo verso Monreale non possono fare a meno di domandarsi cosa sia quell'enorme edificio arroccato sulla vetta del Monte Caputo (766 m.). Basta inoltrarsi per quelle contrade e chiedere lumi al primo indigeno che s'incontra  per togliersi ogni curiosità. 
Trattasi della fortezza che il Re normanno Guglielmo II, detto il Buono, che regnò sull'Isola dal 1166 al 1189, fece erigere quale baluardo difensivo contro gli attacchi nemici, soprattutto quelli che arrivavano via mare dall'Africa. Il Castello intitolato a San Benedetto fu affidato alle cure dei Monaci dell'Ordine che solevano pregare nella Cappella interna e nell'attiguo Chiostro. Le sorti del fortilizio vennero decise qualche secolo dopo dai Baroni siciliani nell'ambito della disputa che opponeva  gli Aragonesi alla Chiesa che allora governava nell'Isola. I Nobili misero a ferro e fuoco il maniero, danneggiandolo al punto da renderlo  inservibile quale struttura difensiva. Abbandonato nel XVI Sec., sia come luogo di culto che come fortificazione, divenne un rudere sino all'avvento del CAS che ne ha curato il recupero.


Il Castellaccio di Monreale ha alte mura squadrate, intervallate da torri aggettanti, di cui quattro disposte  lungo il lato rivolto ad occidente.



Il millenario Edificio si raggiunge percorrendo la strada che collega Monreale a San Martino delle Scale fino allo spiazzo di Portella San Martino. Da qui, adeguatamente attrezzati, occorre inerpicarsi a piedi lungo la trazzera che conduce in cima al Monte Caputo. La scarpinata trova sollievo nella bucolica frescura offerta dai boschetti di pino e nella visione della rigogliosa (incendi permettendo) macchia mediterranea. L'imponente struttura da tempo è nella disponibiltà del Club Alpino Siciliano che  ha realizzato opere di messa in sicurezza, pavimentazioni e coperture in modo da renderlo fruibile al pubblico.



Il maniero, con le sue tre torri rivolte ad oriente, visto (con il teleobiettivo) da Palermo-Est.




 Il Castellaccio immerso  nella neve.








Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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5 commenti:

Carmelo ha detto...

Sia per le poesie, sia per le belle foto, i commenti non sono sufficienti a gratificare il suo lavoro passione complimenti

Andrea ha detto...

Sono entrato nel suo blog per caso e ho letto le notizie che ha raccolto in merito al castello di San Benedetto. Dai documenti in mio possesso, risulta che il "Castellaccio" nella sua parte esterna, conserva due porte d'ingresso sul lato nord, la terza porta che si apriva sul lato sud oggi non è più visibile. All'interno del castello sono presenti e in qualche caso fruibili: il cortile di servizio, sei torri, avanzi della scala che portava al piano superiore, il chiostro, la chiesa, il corridoio, il refettorio, la cucina, la dispensa, la cappella interna, la sala capitolare, il vestibolo, stanze per servizio, le porte della chiesa rivolte a nord, quattro cisterne, bocche di presa delle cisterne, grondaie d'immissione delle acque piovane nelle cisterne.

zio-silen ha detto...

Ringrazio Andrea per l'interessante contributo.

Andrea ha detto...

Mio padre racconta che partendo da Palermo per raggiungere il "Castellaccio", si potevano seguire due itinerari. Il primo portava al Castello di S. Benedetto, percorrendo in autobus la strada Palermo - S. Martino delle Scale. Dalla piazza di S. Martino si seguiva a piedi un tratto della rotabile S. Martino-Monreale, fino ad intercettare il sentiero che dopo 30 minuti di arrampicata ti conduceva al "Castellaccio". Gli escursionisti provenienti da Palermo fino al 1941, avevano la possibilità di utilizzare il tram N°8/9 Palermo-Rocca-Monreale. Il tram partiva da piazza Bologni, percorreva un tratto di Corso Vittorio Emanuele, continuava per Corso Calatafimi e si fermava alla stazione della Rocca di Monreale. Qui il tram diveniva funicolare, per superare agevolmente la forte pendenza, la vettura veniva agganciata posteriormente da un piccolo carro spintore. Alla stazione di Monreale detta "carro freno", un altro piccolo carro si poneva anteriormente alla vettura diretta a Palermo. I due carri a trazione elettrica erano collegati da un lungo cavo d'acciaio, al trillo di un campanello si mettevano in moto contemporaneamente, uno spingeva il tram in salita e l'altro frenava la vettura in discesa, la velocità media era di circa 10 Km l'ora. I gitanti che arrivavano a Monreale, scendevano davanti il bar Renda tuttora esistente, e continuavano il percorso a piedi inerpicandosi lungo la mulattiera Monreale- Castellaccio, per raggiungere il quale occorrevano almeno un'ora e 30 minuti di cammino.

zio-silen ha detto...

Ciao Andrea,

il tuo ottimo commento rimanda ad un' epoca fascinosa in cui il genio pionieristico dei padri apriva alla modernità.


Grazie

zio-silen