sabato 15 ottobre 2011

Castello di Maredolce o della Favara


Alle porte di Palermo, dirimpetto la seicentesca Chiesa di San Ciro, l'Autostrada A19 incrocia una via che porta al mare di Romagnolo ove, ad un tiro di balestra dalle falde di Monte Grifone, è nascosto il tesoro del gaudente Emiro Ja 'far al-Kalbi II. Forse è meglio chiarire che non si tratta di oro e gemme, ma di un "maniero" risalente al periodo compreso tra il 997 ed il 1019  in cui "Giafar" (così inteso dai sudditi siculi) governò la Sicilia: il Castello della Favara (Al-fawwara: sorgente),  situato nel fu Genoardo (paradiso in terra), luogo di delizie di circa 40 ettari. 
Durante la dominazione musulmana delle terre di trinacria, il nobile kalbita Ja 'far pensò bene di crearsi una seconda dimora nelle campagne palermitane destinata ai piaceri ed al riposo dalle fatiche delle razzie nell'Isola.
Scelse un luogo ameno a ridosso di due sorgenti le cui acque  sgorgavano da tre arcate di pietra arenaria. Archi che ancora oggi si potrebbero ammirare, a pochi passi dalla chiesa di San Ciro in Maredolce, se venissero liberati dalla folta vegetazione naturale che li avvolge ed occulta.
Cacciati i musulmani ad opera del padre, il Gran Conte Ruggero e dello zio Roberto il Guiscardo, il re normanno Ruggero II d'Altavilla fece convogliare le acque delle sorgenti in un bacino, chiuso da dighe di blocchi tufacei, in modo da realizzare un laghetto con finalità estetiche e di peschiera (la conca artificiale di circa 18 ettari, con isoletta (4 ettari ca.) al centro, si estendeva a sud sino all'odierna Villabate - Contrada Favara ed a est a lambire le spiagge marine),  inoltre fece aggiungere nuovi ambienti al Castello, tra cui una Cappella intitolata ai Santi Giacomo e Filippo.
Negli anni successivi il Palazzo fu sede dei sollazzi dei sovrani, provenienti da paesi stranieri, che occuparono militarmente la Sicilia: svevi, angioini, aragonesi. Per volere di Federico II
d'Aragona, nel 1328, il complesso entrò nella disponibilità dell'Ordine dei Cavalieri Teutonici con sede presso l'Abbazia della Magione - dediti all'assistenza dei Crociati - che ne fecero una sorta di Fortezza-ospedale. A loro va addebitata la trovata delle feritoie negli archi ciechi delle mura perimetrali.
Verso la metà del XV secolo, la struttura fu acquisita da privati: i Bologna. Nel XVII secolo subentrò il Duca di Castelluzzo, Francesco Agraz. In seguito fu ridotta a masseria, poi  abbandonata a sé stessa e quindi occupata da abusivi a scopo abitativo, con conseguenti  danneggiamenti.
Dei nostri giorni la rinascita con i lavori di recupero e ristrutturazione promossi dalla Regione Siciliana.
L'edificio, che presenta forma squadrata, si dipana attorno ad una corte un tempo provvista di loggiato.
Archi di tipica impronta arabo-normanna segnano i piani delle facciate composte da conci di tufo.
Gli scavi archeologici in corso hanno fatto emergere tracce di fabbricati di età romana e bizantina e reperti di altre epoche, tra i quali ricordiamo le quattro fornaci medievali per la cottura di tegole e mattoni.


Il laghetto artificiale sul retro della dimora arabo-normanna aiuta il visitatore ad immaginare le meraviglie del bacino della Favara (Maredolce) che si estendeva, su un'area di circa 18 ettari.
 



 Finestrelle a squincio sul cortile interno assicuravano il ricambio d'aria fresca.



 Archi della corte interna un tempo provvista di portici sotto i quali si aprivano le scuderie reali e i locali di servizio.




Archi multipli e ciechi con feritoia centrale 




Area un tempo occupata dal cortile loggiato





 Fronte orientale





La sala che in epoca di dominazione araba forse accoglieva una moschea. Sulla cornice sono visibili le tracce di tre muqarnas, tipiche decorazioni alveolari.





 L'intradosso ed il fondo del nicchione presenta, nella parte alta, una sorta di plissettatura costituita da costole triangolari. Sotto era collocato il trono di Ruggero





Aperture nella sala dei muqarnas. Volte a crociera caratterizzano quasi tutti gli ambienti.





 L'abside della Cappella dei Santi Giacomo e Filippo





  Catino dell'abside, tamburo finestrato e cupoletta della Cappella dei Santi Giacomo e Filippo.




Esterno absidale della cappella palatina - rivolto ad oriente secondo l'uso bizantino - con il tiburio che protegge la cupoletta dalle intemperie.  





Fronte meridionale con l'ampio fornice dal quale, secondo la vulgata, il sovrano usciva con la sua barca d'oro direttamente nel lago.





 

Scavi archeologici 




 






I due ingressi del fronte principale (segnati da archi ogivali) sono raggiungibili attraverso il breve Vicolo del Castellaccio che collega Via Emiro Giafar (all'altezza di "Piazza dei Signori") con lo slargo della Fortezza arabo-normanna.

 


Le acque della "Favara" sgorgano a pochi passi
 dalla Chiesa di San Ciro che - nella foto - s'intravede
alle falde di Monte Grifone.



Fronte occidentale con tracce archeologiche dell'antica banchina. Il ritrovamento di materiale ferroso sporgente dalle mura viene accostato dagli studiosi alle operazioni di alaggio delle barche. Il lago di Maredolce chiudeva la fortezza su tre lati.




 

Un airone si posa nel laghetto artificiale riprodotto alle spalle del castello.






 Testo e foto di zio-silen

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2 commenti:

Ennio Vikingo ha detto...

Abbiamo una storia che il mondo ci invidia.....
Complimenti per le foto e le notizie storiche molto molto precise.
Saluti
Ennio

zio-silen ha detto...

Grazie Ennio,
i cittadini di buon senso - come te - sono ben consapevoli del patrimonio storico-artistico-monumentale, mal valorizzato, di questa infelice Palermo... e lo è pure un politico... no, due... di cui purtroppo, al momento, mi sfugge il nome.