giovedì 15 settembre 2011

Oggi leggiamo Petrarca: "Trionfo della morte"




Trionfo della morte
I
Quella leggiadra e glorïosa donna,
ch’è oggi ignudo spirto e poca terra
e fu già di valor alta colonna,
tornava con onor da la sua guerra,
allegra, avendo vinto il gran nemico,
che con suo’ ingegni tutto ’l mondo atterra,
non con altr’arme che col cor pudico
e d’un bel viso e de’ pensieri schivi,
d’un parlar saggio e d’onestate amico.
Era miracol novo a veder ivi
rotte l’arme d’Amore, arco e saette,
e tal morti da lui, tal presi e vivi.
La bella donna e le compagne elette,
tornando da la nobile vittoria,
in un bel drappelletto ivan ristrette;
poche eran, perché rara è vera gloria;
ma ciascuna per sé parea ben degna
di poema chiarissimo e d’istoria.
Era la lor vittoriosa insegna
in campo verde un candido ermellino,
ch’oro fino e topazi al collo tegna.
Non uman veramente, ma divino
lor andar era e lor sante parole:
beato s’è qual nasce a tal destino.
Stelle chiare pareano; in mezzo, un sole
che tutte ornava e non togliea lor vista;
di rose incoronate e di viole.
E come gentil cor onore acquista,
così venia quella brigata allegra,
quando vidi un’insegna oscura e trista:
et una donna involta in veste negra,
con un furor qual io non so se mai
al tempo de’ giganti fusse a Flegra,
si mosse e disse: « O tu, donna, che vai
di gioventute e di bellezze altera,
e di tua vita il termine non sai,
io son colei che sì importuna e fera
chiamata son da voi, e sorda e cieca
gente a cui si fa notte inanzi sera.
Io ho condotto al fin la gente greca
e la troiana, a l’ultimo i Romani,
con la mia spada la qual punge e seca,
e popoli altri barbareschi e strani;
e giugnendo quand’altri non m’aspetta,
ho interrotti mille penser vani.
Or a voi, quando il viver più diletta,
drizzo il mio corso inanzi che Fortuna
nel vostro dolce qualche amaro metta. »
« In costor non hai tu ragione alcuna,
ed in me poca; solo in questa spoglia
(rispose quella che fu nel mondo una).
Altri so che n’avrà più di me doglia,
la cui salute dal mio viver pende;
a me fia grazia che di qui mi scioglia. »
Qual è chi ’n cosa nova gli occhi intende,
e vede ond’al principio non s’accorse,
di ch’or si meraviglia e si riprende,
tal si fe’ quella fera, e poi che ’n forse
fu stata un poco: « Ben le riconosco, »
disse « e so quando ’l mio dente le morse. »
Poi col ciglio men torbido e men fosco
disse: « Tu che la bella schiera guidi
pur non sentisti mai del mio tosco.
Se del consiglio mio punto ti fidi,
ché sforzar posso, egli è pur il migliore
fuggir vecchiezza e’ suoi molti fastidi.
I’ son disposta a farti un tal onore
qual altrui far non soglio, e che tu passi
senza paura e senz’alcun dolore. »
« Come piace al Signor che ’n cielo stassi
et indi regge e tempra l’universo,
farai di me quel che degli altri fassi. »
Così rispose: ed ecco da traverso
piena di morti tutta la campagna,
che comprender nol pò prosa né verso;
da India, dal Cataio, Marrocco e Spagna
el mezzo avea già pieno e le pendici
per molti tempi quella turba magna.
Ivi eran quei che fur detti felici,
pontefici, regnanti, imperadori;
or sono ignudi, miseri e mendici.
U’ sono or le ricchezze? u’ son gli onori
e le gemme e gli scettri e le corone
e le mitre e i purpurei colori?
Miser chi speme in cosa mortal pone
(ma chi non ve la pone?), e se si trova
a la fine ingannato è ben ragione.
O ciechi, el tanto affaticar che giova?
Tutti tornate a la gran madre antica,
e ’l vostro nome a pena si ritrova.
Pur de le mill’ è un’utile fatica,
che non sian tutte vanità palesi?
Chi intende a’ vostri studii sì mel dica.
Che vale a soggiogar gli altrui paesi
e tributarie far le genti strane
cogli animi al suo danno sempre accesi?
Dopo l’imprese perigliose e vane,
e col sangue acquistar terre e tesoro,
vie più dolce si trova l’acqua e ’l pane,
e ’l legno e ’l vetro che le gemme e l’oro.
Ma per non seguir più sì lungo tema,
tempo è ch’io torni al mio primo lavoro.
I’ dico che giunta era l’ora estrema
di quella breve vita glorïosa,
e ’l dubbio passo di che ’l mondo trema,
et a vederla un’altra valorosa
schiera di donne non dal corpo sciolta,
per saper s’esser pò Morte pietosa.
Quella bella compagna era ivi accolta
pure a vedere e contemplare il fine
che far convensi, e non più d’una volta:
tutte sue amiche e tutte eran vicine.
Allor di quella bionda testa svelse
Morte co la sua mano un aureo crine:
così del mondo il più bel fiore scelse,
non già per odio, ma per dimostrarsi
più chiaramente ne le cose eccelse.
Quanti lamenti lagrimosi sparsi
fur ivi, essendo que’ belli occhi asciutti
per ch’io lunga stagion cantai ed arsi!
E fra tanti sospiri e tanti lutti
tacita e sola lieta si sedea,
del suo ben viver già cogliendo i frutti.
« Vattene in pace, o vera mortal dea! »
diceano; e tal fu ben, ma non le valse
contra la Morte in sua ragion sì rea.
Che fia de l’altre, se questa arse et alse
in poche notti e sì cangiò più volte?
O umane speranze cieche e false!
Se la terra bagnar lagrime molte
per la pietà di quella alma gentile,
chi ’l vide il sa; tu ’l pensa che l’ascolte.
L’ora prima era, il dì sesto d’aprile,
che già mi strinse, et or, lasso, mi sciolse:
come Fortuna va cangiando stile!
Nessun di servitù giammai si dolse,
né di morte, quant’io di libertate
e de la vita ch’altri non mi tolse.
Debito al mondo e debito a l’etate,
cacciar me innanzi ch’ero giunto in prima,
né a lui torre ancor sua dignitate.
Or qual fusse il dolor qui non si stima,
ch’a pena oso pensarne, non ch’io sia
ardito di parlarne in versi o ’n rima.
« Virtù more, bellezza e leggiadria! »
le belle donne intorno al casto letto
triste diceano « Omai di noi che fia?
chi vedrà mai in donna atto perfetto?
chi udirà il parlar di saver pieno
e ’l canto pien d’angelico diletto? »
Lo spirto, per partir di quel bel seno,
con tutte sue virtuti, in sé romito,
fatto avea in quella parte il ciel sereno.
Nessun degli avversari fu sì ardito
ch’apparisse già mai con vista oscura
fin che Morte il suo assalto ebbe fornito.
Poi che deposto il pianto e la paura
pur al bel volto era ciascuna intenta,
per desperazïon fatta sicura,
non come fiamma che per forza è spenta,
ma che per sé medesma si consume,
se n’andò in pace l’anima contenta,
a guisa d’un soave e chiaro lume
cui nutrimento a poco a poco manca,
tenendo al fine il suo caro costume.
Pallida no, ma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi,
parea posar come persona stanca.
Quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi:
Morte bella parea nel suo bel viso.



(Francesco Petrarca)




Postato da zio-silen

Nessun commento: