martedì 3 febbraio 2009

IL GENIO DI PALERMO

Il cielo sereno e la temperatura mite invoglia a percorrere la città in lungo e largo alla ricerca dei simulacri del mitico Genio.

Con passo lesto arrivo alla Vucciria. Mi sovviene una lezione della  professoressa di lettere che, secoli fa, informava noi studentelli di una piazzetta di quell'antico mercato in cui si trovava, ombreggiata dai circostanti palazzoni, una statua del Genius Loci, protettore laico di Palermo.

Chiedo indicazioni al primo fruttivendolo che incontro. "Un sacciu nenti" mi dice, sospettoso.

Un passante, tra un morso e l’altro alla focaccia con ricotta e meusa (maritata), assicura che il Genio del Palermo è un certo Corini, e non sta lì.
'U frittularu - intento a rimescolare la composta di residui di carne (da osso), cartilagini e calletti fritti nello strutto, con la mano immersa nel panaru coperto da uno straccio - contesta tale affermazione giurando che l'unico veramente geniale fu Vernazza.

Un poco frastornato imbocco la via Argenteria Nuova spingendomi sino a Piazzetta Garraffo e... sorpresa! Eccolo là il Genio: dentro la nicchia di un'edicola, inserita nella facciata di un antico edificio, siede un misterioso signore con il capo incoronato ed un serpente attaccato al petto.
Una vecchina stende astrattu di pumaroru nta maidda e intanto chiarisce che la statua simboleggia Palermo che nutre Scipione l'Africano, sostenendolo nella sua guerra contro i Cartaginesi di Annibale.

Genio di Piazzetta del Garraffo alla Vucciria ('u granni).

Soddisfatto scendo verso il mare, percorro un tratto di via Crispi, ed entro nel Porto. Incontro centinaia di croceristi che proteggendosi dal freddo polare (sic), portato dallo scirocco, con giubbini imbottiti di piume d'oca, sciarpe e passamontagna, sciamano per le vie della città.
Mi soffermo ai piedi del basamento sormontato da un’aquila acefala. Sul lato rivolto verso ponente noto una marmorea figura con un serpente tra le braccia: lo Spirito protettore numero due.
Non volendo, mi capita di ascoltare la conversazione di due turisti che sfoggiano colbacchi. L'uno asserisce che il Genio rappresenti il dio Saturno-Kronos (divoratore dei figli) che, dopo aver fondato Panormus, eresse la sua dimora sul monte Ercta (Monte Pellegrino); l'altro è certo che quel bassorilievo stia a ricordare ai miscredenti (ammonendoli) l’Essere trascendente che influenza il destino degli uomini.





Genio del Porto

Intimorito, attraverso la Cala con i pescherecci ormeggiati in darsena, m'incammino lungo il Foro Italico e lentamente arrivo in via Lincoln.

Vinto dalla stanchezza, crollo su una panchina di Villa Giulia.
Due colombi che stazionano sulla testa di una statua attirano la mia attenzione. Metto a fuoco l'immagine e... sommo gaudio: ho davanti il Nume tutelare numero tre.
Una coppietta interrompe le effusioni e avvicinandosi va lamentando la stupidità dei teppisti che hanno pensato (sic) di danneggiare una delle lapidi poste alla base del monumento. Secondo la ragazza, l'opera del Marabitti, risalente al 1778, rappresenta l'ospitalità della città verso gli stranieri.





Genio di Villa Giulia seduto sulla vetta di Ercta.

Sentimenti contrastanti mi accompagnano verso la Stazione Centrale.

All'incrocio con via Garibaldi decido di dare un'occhiata al Palazzo Aiutamicristo che nel 1535 ospitò Carlo V. Un vecchio artigiano, produttore di coppole, mi addita Piazza Rivoluzione con la suggestiva fontana sormontata da un vecchietto barbuto che nutre un serpente: il Custode dei destini panormiti numero quattro.
Apprendo, da uno dei duemila parcheggiatori abusivi, che il Pitrè narrò di un ricco navigatore solitario che colto da un'improvvisa tempesta naufragò sulla spiaggia palermitana. Entusiasta delle ricchezze offerte dalla natura in quell’approdo fece edificare una città (chiamata da punici ed arabi “Fiore splendido”).  In suo onore venne scolpita quella statua che lo raffigura con il corpo giovane, la testa di un vecchio e il serpente che succhia il sangue dal petto.





Il Genio di Piazza Rivoluzione seduto sulla roccia
 che simboleggia Monte Pellegrino.


Lasciata la Fieravecchia, percorro via Maqueda sino al Palazzo Pretorio.

Un vigile urbano molto erudito mi invita ad alzare gli occhi verso la facciata dell'edificio. Seminascosto sulla sommità dello stemma cittadino, il Magico Custode, immerso in una corona, con aria sorniona occhieggia il suo popolo in contemplazione. Il tutore dell'ordine aggiunge che analoga composizione scultorea si può ammirare sul frontespizio dell'Arsenale della Real Marina Borbonica: ove, però, la testa coronata esibisce una espressione furente.


Arsenale della Real Marina Borbonica

 














Sul primo pianerottolo dello scalone che conduce al piano nobile mi fermo ad ammirare il Divino numero sei. Una scritta recita: "Panormus Conca aurea suos devorat alios nutrit".

Genio di Palazzo delle Aquile ('u nicu).























La sgradevole immagine di un coccodrillo allo spiedo prende forma, misteriosamente, nella mia mente e mi accompagna lungo la via di casa, lasciandomi un amaro sapore di incompiuto. 
Sotto i Bastioni San Pietro, le mie papille estetico-gustative avvertono l'impellente bisogno di una scorpacciata di "bellezza divina". Salgo, a due a due, i gradini del rosso scalone che, dall'atrio del Palazzo Reale, portano alla Cappella Palatina. Sotto il portico d'ingresso - mentre pregusto la succulenta pietanza d'arte araba-normanna e bizantina - sollevo lo sguardo... e chi ti vedo? il Genio, in fattezze musive, sta lì ad interrompere la teoria di immagini con Re David e il figlio ribelle, Asalonne. Il Nume è attorniato da animali simbolici (aquila-Palermo, cane-fedeltà ai Sovrani, serpente-nemici da schiacciare). Nel medaglione legato agli artigli dell'aquila sono i ritratti dei committenti:  Ferdinando III  (detto "Re Nasone") - Re di Sicilia dal 1759 al 1816 e Re delle Due Sicilie dal 1816 al 1824 col nome di Ferdinando I -  e la reale consorte, Maria Carolina d'Asburgo. 
Con l'acquolina in bocca, varco la soglia

mentre, per associazione d'idee, il pensiero corre ad una figura  dipinta, sorprendentemente, sul fercolo processionale di S. Agata (Sec. XVIII) custodito presso il Museo Diocesano. Tale macchina devozionale mostra infatti, tra i pannelli decorativi, il Genio, patrono (protettore) laico di Palermo che solleva un neonato (presumibilmente S. Agata, una delle quattro patrone religiose della città prima dell'avvento di S. Rosalia) sotto lo sguardo di Dio padre e Angeli. Sembra un passaggio di consegne.




Foto e cuntu di  Leo Sinzi (zio-silen)

Si ricorda che la violazione del diritto d'autore (copyright) è perseguibile a norma di legge.


2 commenti:

gio' ha detto...

Piacevole racconto intriso di curiosità e storia che ci rende partecipi con cognizione delle
bellezze monumentali della ns. Palermo.

Ringrazio zio Silen, per avermi dato queste nuove conoscenze.

Anonimo ha detto...

grazie è tanto tempo che il vecchio mi incuriosisce