giovedì 16 novembre 2017

Teatro Bellini



Il Teatro Bellini è sito nell'omonima piazza, in splendida compagnia della Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio (la Martorana), della Cappella di San Cataldo, della Chiesa di Santa Caterina con il contiguo  Convento domenicano e del Palazzo delle Aquile (retroprospetto), sede del Comune.  Fu costruito agli albori del XIX secolo, per essere destinato prevalentemente ad opere liriche e concerti, al posto di un suggestivo edificio in legno, con utilizzo scenico poliedrico, voluto - nel secondo quarto del settecento - dalla Famiglia proprietaria del contiguo Palazzo, i Valguarnera, Marchesi di Santa Lucia. Fu inaugurato nel 1809 alla presenza di Ferdinando IV di Borbone (re nasone). Il maestro Gaetano Donizzetti, tra il 1825 e il 1826, vi esibì il suo estro artistico. Dal 1907 venne adibito a cinema e ribalta d'avanspettacolo. Un incendio, nel marzo 1964, pose fine ad ogni attività di quello che fu il Real teatro Carolino (dedicato alla Regina Carolina d'Austria, moglie del succitato Sovrano, ed entusiasta frequentatrice del teatro al tempo del soggiorno palermitano). Attualmente è oggetto di lavori di recupero e restauro.



Il prospetto fu disegnato, nel 1840, dall'Arch. Rosario Torregrossa Palazzotto.
Il Teatro dopo il 1860 prese il nome di "Vincenzo Bellini". La lunetta centrale - affiancata da una doppia coppia di colonne ioniche - reca una ghirlanda con il volto del celebre compositore catanese. 
Al culmine del parapetto d'attico, tra due vasotti, si distingue lo stemma coronato del Regno d'Italia.






Scalone monumentale con soffitto a cassettoni.


Il "Carolino" poteva accogliere 274 spettatori. Molti meno dei 500 che, negli anni 40 del settecento, assistettero alle commedie nel Teatro ligneo "Santa Lucia" - per il volgo: "Il Travaglino" - del Marchese Valguarnera.

I posti a sedere erano ripartiti tra platea, palchi (disposti in quattro ordini) e loggione. Decori e affreschi furono distrutti dalle fiamme del '64.


Scala in marmo rosso, ad uso privato, che univa i palchi alla vicina aristocratica dimora.


 
Immagini del palcoscenico.




Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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venerdì 10 novembre 2017

Teatro Garibaldi


Dedicato all'Eroe dei due mondi, il teatro di Piazza Magione è posizionato all'angolo di Via Castrofilippo, vicinissimo alle absidi della Chiesa della SS. Trinità. Fu voluto dal maestro Pietro Cutrera. All'inaugurazione del 1862 presenziò il Generale in persona che, dal palchetto, declamò uno dei suoi discorsi più celebri. Il condottiero nizzardo però non potè ammirare il sipario nato dalla felice mano di Giuseppe Bagnasco (*1807 +1882) che impreziosì l'avanscena solo a decorrere dal settembre del 1863. L'artefice della spedizione dei mille vi fu raffigurato in piedi, sui gradini della Fontana Pretoria, intento ad imparire ordini a indaffaratissime Camicie rosse, mentre da un balcone del Palazzo di città veniva sventolato il tricolore. Agli albori del novecento, il pittore Carmelo Giarrizzo (*1850 +1917), su commissione del proprietario dell'epoca, vi realizzò "L'apoteosi di Garibaldi" (1910). Delle opere pittoriche rimane soltanto un tondo con il volto di Anita al centro dell'intradosso dell'arco che anticipa il palcoscenico. Dopo un periodo di oblio il teatro, nel 1966, riprese vita grazie al celebre attore dialettale Angelo Musco. Per qualche tempo, fino al 1973, fu utilizzato come cinema. Seguirono anni di abbandono, di vandalismi e furti. Sparì anche quel sipario che il Bagnasco, nel 1891, aveva presentato alla IV Esposizione Nazionale tenutasi a Palermo ed inaugurata da re Umberto I. La struttura, ulteriormente danneggiata dal terremoto del 1968, fu acquisita dalla Provincia nel 1970 e dal Comune nel 1981. Prima che venisse ripristinata la copertura, l'antico auditorium ha ospitato interessanti rappresentazioni a cielo aperto.

L'ingresso del teatro è abbellito da tre dei quattro piloni con vasotti che un tempo ornavano il cancello del viale alberato che, tra lussureggianti giardini, conduceva alla quattrocentesca residenza palermitana di Guglielmo Aajutamicristo, Barone di Misilmeri e Calatafimi.

Il teatro ha pianta a ferro di cavallo. I palchi, disposti in tre ordini, a tutt'oggi risultano privi di parapetti. Non esiste disdivello tra sala e palcoscenico. La zona retrostante il boccascena è parzialmente chiusa da un enorme arco a sesto acuto.








Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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martedì 7 novembre 2017

Oratorio di Santa Maria del Sabato alla Meschita

Cosa vi ricorda il 1492? Chiede la giovane guida delle "Vie dei Tesori" posizionata in via Calderai dinanzi un antico arco immerso in un palazzotto d'epoca. La scoperta dell'America, risponde in coro la dozzina di astanti, tra cui lo scrivente, che si appresta a visitare l'Oratorio di Santa Maria del Sabato, messo in sicurezza e aperto al pubblico. Sì, ma quell'anno - continua il ragazzo -, esattamente il 31 marzo, un altro evento incise - stavolta negativamente - sulla vita di tantissime persone: i cattolici Ferdinando II d'Aragona ed Isabella di Castiglia emanarono l'Editto di Granada che impose l'espulsione dal Regno di Spagna, e dalle altre terre sotto il suo dominio, degli ebrei che non si fossero convertiti al cattolicesimo. Agli albori del '500 la cacciata interessò l'Italia meridionale. Attraverso l'Arco della Meschita, aggiunge, entreremo nell'ex quartiere ebraico e quindi negli ambienti che un tempo ospitarono gli israeliti e che torneranno ad ospitarli per iniziativa dell'attuale Arcivescovo di Palermo che li concederà in comodato d'uso gratuito per adibirli a sinagoga.
Ci accoglie una anonima facciata palesemente ritoccata con intonaco bianco e giallo. Originale l'oculo sovraporta chiuso da inferriata: la cornice circolare è interrotta, nella parte alta, da un piccolo alloggio campanario. L'interno è spoglio, forse per incursioni vandaliche.  Le lunette di alcune finestre e l'arco di trionfo che immette nella zona absidale recano residue tracce di pregevoli decori in stucco. Il parapetto del coro sopra gli ingressi è impreziosito da intagli dorati. Due porticine ai lati del presbiterio conducono a piccoli vani di servizio. I lunghi sedili lignei dei confrati, dalle alte spalliere artisticamente intagliate, sono accostati alle pareti longitudinali mentre lo scranno dei Superiori è al centro del sottocoro.
Apprendo che nel 1617, anno di costruzione, l'Oratorio prese il nome del Santo cui si richiamava la Compagnia di San Nicolò di Tolentino, che ne fu l'artefice all'uopo adattando il refettorio dell'attiguo convento ceduto dai Padri Agostiniani Scalzi e incorporando alcuni locali aperti su Via Meschita. Dopo essere stato sede della Congregazione di Santa Maria degli Agonizzanti, - era il 1630 - entrò nella disponibilità  della Congregazione della Madonna di tutte le Grazie, intesa "del Sabato", perchè i confrati il sabato solevano dedicarsi alla questua per raccogliere il necessario alla realizzazione di un Tempio mariano.














 



Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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martedì 31 ottobre 2017

Rifugio antiaereo di Piazza Pretoria

Riparo di tanti palermitani quando - durante l'ultima guerra - le sirene urlavano l'allarme bombardamenti dal cielo: è il rifugio antiaereo di Piazza Pretoria. Vi si accede dall'androne di Palazzo delle Aquile. Una porticina, quasi invisibile, si apre sulla destra, all'interno della portineria per condurre, tramite una ripida scaletta al Ricovero. Altri ingressi, oggi murati, vennero realizzati nella piazza, ai margini dell'ampia scalinata che fiancheggia Via Maqueda, proprio a ridosso delle due sfingi scolpite da Domenico Costantino nel 1877.




Il rifugio non dimostra i suoi ottanta anni e passa. Venne realizzato infatti - con altre analoghe strutture sparse per la città - nel 1935.



Freddi sedili in pietra bordano i nastri di cemento grigio che, collegati da stretti passaggi, si dilungano per centinaia di metri. Le pareti bianco sporco dei tunnel recano scritte con divieti.





Sulle volte delle gallerie, a tratti, si scorgono gli arrugginiti chiusini antigas dei condotti di aerazione.

 
 
Nella foto a destra sono visibili le tracce di uno dei rari bagni del Ricovero. Sulle pareti qualche scritta che all'epoca era considerata politically incorrect.


Ben pochi degli innumerevoli visitatori della splendida  Fontana Pretoria sanno che il sottosuolo, a qualche metro di profondità, nasconde i cunicoli di un ex rifugio antiaereo.



 Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)


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lunedì 23 ottobre 2017

Palazzo di Rudinì ai Quattro Canti

Palazzo di Rudinì , eccezionalmente aperto nell'ambito dell'iniziativa culturale Le vie dei Tesori, consente di ammirare i Quattro Canti dall'alto dei suoi balconi immersi nella quinta ovest - lato Monte di Pietà - del Teatro del sole.

Il Palazzo, con ingresso da Via Maqueda 182, ha origini incerte. Di sicuro, negli anni 60 del '700,  Giuseppe Maria Jurato, Giudice della Gran Corte Civile del Regno, lo ampliò e ne commissionò gli addobbi (il monumento funebre di G. M. Jurato si trova nella vicina Chiesa di Santa Ninfa). Nel primo scorcio dell'ottocento, entrò nella disponibilità Di Francesco Paolo della Famiglia Starrabba, Marchesi di Rudinì (da qui la denominazione dell'edificio barocco). La nobile dimora diede i natali ad Antonio di Rudinì, conosciuto dai palermitani soprattutto per il prezioso orologio che campeggia sulla facciata del Palazzo Pretorio,  acquistato nell'agosto del 1864 dall'illustre orologiaio francese Armand Fracoise Collin (*1822 +1895), cui si devono anche gli orologi di Notre Dame e del Louvre. Sindaco volitivo si distinse, tra l'altro, per iniziativa e temperamento in occasione (settembre 1866) della sollevazione popolare ricordata come Rivolta del Sette e mezzo. Ribellione che si protrasse per sette giorni e mezzo prima di essere debellata dal Generale Cadorna al comando di 40.000 fanti e due navi da guerra che non risparmiarono alla città letali bombardamenti. Durante i tumulti, la residenza dei Quattro Canti del Sindaco (futuro Ministro e Presidente del Consiglio) venne assaltata e depredata. Nel 1925 l'edificio fu acquisito dall'INA. Il Comune, nel 1979, ne curò il restauro per accogliere propri uffici. Oggi presenta le stanze vuote, ma dovrebbe essere destinato a servizi di pubblica utilità.


Il portale - inquadrato da una coppia di colonne doriche - chiude la trabeazione con un balcone barocco dalla ringhiera a petto d'oca e reca, al centro dell'architrave (abbellito da un alternarsi di metope e triglifi) lo stemma araldico degli Starrabba di Rudinì.

Lo scalone monumentale diparte dal grande androne che, al piano terra, affiancava i magazzini e, nell'ottocento, il famoso Caffè Umberto I. Realizzato in pregiato marmo rosso, conduce al piano ammezzato (destinato alla servitù), al piano nobile ed alle soffitte.



IL salone è ricco di stucchi dorati e affreschi di architetture ed elementi floreali.

Al centro del soffitto lo stemma degli Starrabba realizzato a bassorilievo.


























Finalmente alla stessa altezza (o quasi) di Filippo II... e di Filippo IV.


 
Scatti inusuali anche per Santa Oliva e Sant'Agata.









Le fontane con le allegorie dell'Autunno e della Primavera, viste dall'alto.
 


Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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